Una nota solo per ribadire un modo di fare che sembra tutto
italiano.
Nell'agosto dello scorso anno,
Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, aveva pensato di rinnovare l'immagine dell'
ONU, dopo gli scandali del
Oil for Food, in cui una parte dei soldi destinati agli aiuti umanitari era finita nelle tasche di alcuni funzionari dell'ONU.
Cosa aveva pensato? Seguendo una circolare dell'anno prima dell'ufficio per la vigilanza dell'etica, il segretario ha esortato i colleghi in generale e in particolare i propri assistenti e collaboratori alla
trasparenza:
dichiarare pubblicamente il proprio patrimonio in tutto il mondo. Il segretario stesso e la sua vice (Tanzania) hanno immediatamente ottemperato, dichiarando fin il compenso per il loro precedente ruolo di ministri nelle proprie nazioni. Pian piano, anche i sottosegretari e gli assistenti stanno seguendone l'esempio.
Meno... gli
italiani dello staff! Escludiamone uno, direttore dell'ufficio di Vienna, in quanto le sue posizioni sono sempre state a favore di questa linea di trasparenza ed ora si tratta solo di tradurre in pratica quanto predicato. Parliamo degli altri due: si tratta di un
vice-commissario e di un
generale della Unifil (Libano); entrambi hanno dichiarato di aver scelto di non dichiarare la propria situazione economica (particolari in
questo articolo tratto dal sito web de
La Stampa da cui ho tratto la notizia).
Il segretario generale aveva indicato che la decisione era personale, ma d'altro canto aveva sottolineato quanto questa trasparenza sia importante per l'ONU, per dimostrare che i propri funzionari non possono essere influenzati da interessi privati. Cosa che evidentemente non interessa ai collaboratori di nazionalità italiana.
Dobbiamo dire che in Italia abbiamo tutti una riservatezza legata al proprio stipendio e patrimonio, che spesso all'estero non si trova; capita di trovarsi in incontri di lavoro con persone non italiane in cui persino si confrontano i propri stipendi, senza problemi di riservatezza, magari per controllare quanto il proprio lavoro sarebbe valutato in altre realtà. Forse abituati da secoli a
non nascondere le proprietà al fisco, i non-italiani non hanno problemi a parlare di appartamenti, auto e quanto altro posseggano. Noi invece, per motivi presumibili che non inneggiano alla trasparenza, vogliamo sempre nascondere quello che abbiamo: questo non fa pensare che siamo a posto con la coscienza... I famosi elenchi delle dichiarazioni dei redditi pubblicati sui giornali indicano la via seguita: viene considerato furbo chi, pur avendo un livello di vita decisamente alto, riesce a figurare tra i poveri della propria città.
Ci sarebbe stato da sperare che almeno in occasioni così ufficiali come una richiesta del segretario generale dell'ONU, certe remore (o timori?) sarebbero state messe da parte; invece no.
Poi ci stupiamo che in certe occasioni gli altri guardino all'Italia come un regno dei furbetti.